25-09-2022

Storia


Liberazione di Benito Mussolini

Liberazione
Liberazione di Benito Mussolini

III) – LIBERAZIONE

Sta’ di fatto che dopo uno due giorni dalla proclamazione dell’armistizio, s’incominciarono a notare aeri tedeschi sorvolare a bassa quota la località di Campo Imperator, ed Ufficiali nazisti andare e venire all’albergo dell’Aquila.

Tali movimenti finirono per attirare l’attenzione del comandante del gruppo Carabinieri dell’Aquila: Maggiore Curcio Giulio Cesare che ne riferì al prefetto Biancorosso, perché potesse rendere edotto L’Ispettore Gueli, preposto alla vigilanza di Mussolini. I sospetti del Maggiore Curcio erano fondati: allorquando al mattino del 12 settembre il generale Kurt Student, comandante la II^ Divisione Paracadutisti che nel 1943 aveva il compito di tenere Roma e di proteggere alle spalle le armate tedesche impegnate a Salerno. Egli aveva il suo Quartier Generale a Frascati – Collegio di Mondragone – monastero dei Gesuiti, dove era anche ospitato il Quartier Generale del Feldmaresciallo Alberto Kesserling – Comandante in Capo del settore sud dell’Italia.

Lo Student non potendo rintracciare il capo della polizia, Carmine Senise, fece fermare il generale Ferdinando Soletti, comandante il corpo degli agenti di P.S.; gli esibì una serie di fotografie prese dall’aereo, di tutta la zona del Gran Sasso, dove era tenuto prigioniero Mussolini: gli comunicò che aveva ricevuto l’ordine disse dal Fuehrer di liberarlo, che esso Soletti avrebbe fatto parte della spedizione e che sarebbe stato il responsabile dell’incolumità del suddetto. Si rassegnò pertanto a prendere posto “vi coactus?” in uno degli undici alianti rimorchiati da altrettanti apparecchi a motore che, verso le ore 14,30 del 12 settembre atterrarono sulla spianata di Campo Imperatore (Gran Sasso d’Italia). Nello stesso istante in cui glia alianti stavano per atterrare, dalla stazione Base della Funivia, gli uomini di guardia segnalavano al comandante del distaccamento, tenente Faiola ed all’Ispettore Gueli, che erano stai avvistati sulla strada carri armati ed autocarri tedeschi e che, a distanza si sentivano scariche di mitragliatrici.

Per maggior precisione storica, trascrivo integralmente il rapporto da me richiesto nel febbraio 1969, al Maresciallo Maggiore Antichi Osvaldo che all’epoca era vice comandante del Nucleo Carabinieri addetto alla custodia di Mussolini:

“I tedeschi scesero al Gran Sasso senza essere in alcun modo disturbati; perché due giorni prima e cioè il 10 settembre 43, giunse alla base del Gran Sasso il Prefetto dell’Aquila Comm. Biancorosso. il quale ci informò che gli ordini che avevano, doveva sì considerare aboliti, e che nel caso giungessero i tedeschi per liberare Mussolini, dovevamo usare prudenza, il che significava rimanere a braccia incrociate, comunicazione questa che mi venne trasmessa dal Ten. Faiola Alberto, e che io estesi a tutti i componenti del distaccamento a capo del quale vi era un solo ufficiale e non due come affermano i tedeschi, che falsamente insistono che nell’allontanarsi con Mussolini per impedire un possibile atto di sabotaggio, disposero che i due immaginari ufficiali salissero sulla cabina della teleferica nelle quali sarebbero state evacuate le truppe dalla montagna alla valle, ed una volta che l’ultimo soldato tedesco fosse giunto in fondo, l’impianto doveva essere distrutto. Menzogna anche questa. I tedeschi, nell’azione del Gran Sasso, hanno ignobilmente citato non avvenuti.

Nella seguente esposizione sintetica tutto l’assieme di quanto accadde al Gran Sasso verso le ore 14 del 12 settembre 1943. Erano tedeschi, li vedemmo volteggiare, contro sole ondeggiando a scendere. Sfruttando la corrente, il primo aliante girò, poi ricomparve, quasi fermo, per cominciare l’atterraggio.

Altri sette alianti compirono lo stesso giro, sfruttando la stessa corrente presero terra. Non fu un atterraggio ma quasi un urto, a minima velocità. Pochi metri corsa nel prato irto di rocce, in salita. Il primo aliante era sceso ad un centinaio di metri dall’Albergo, vidi un braccio aprire lo sportello, poi per un attimo nessuno comparve in quel vano. Fu allora che uno degli alianti si sfasciò sulle rocce; un silenzio agghiacciante segui quel tonfo sinistro. Perché non scendono? ; ricordo di essermi chiesto. Mussolini era con me, assorto, pensieroso, guardavamo la scena dalla piccola finestra della sua camera. Fissava quella scena senza interesse, preoccupato. “Questo non ci voleva” aveva detto all’apparire degli alianti tedeschi. Lo lascio, scendo nella sala accanto al ten. Faiola, che può avere bisogno di me: E arrivata l’ora X.

Attimi eterni; ricordo un mio carabiniere di sentinella che si è visto quasi venire addosso un aliante, correre verso l’apparecchio che, a pochi metri da lui, si era sfracellato contro uno sperone di granito. Di colpo la scena muta. Dal vano dello sportello del primo degli alianti scorgo rapidissimo un paracadutista scendere, fare pochi passi carponi, poi gettarsi a terra. 

Scompare, quasi invisibile con una tuta mimetica. Poi altri uomini, un balzo e subito pancia a terra. Dagli altri alianti scendono intanto, prudenti, con la stessa tecnica, altri paracadutisti. Infine dal primo degli alianti scende un ufficiale italiano. Non si getta a terra come gli altri ma viene avanti verso l’Albergo, sul piccolo sentiero appena riconoscibile tra l’erba. Dietro di lui è sceso un tedesco, alto, grosso, imponente. Gli cammina dietro con un mitra in mano, pronto a far fuoco. In fila indiana, altri uomini vengono avanti. Apre la marcia l’ufficiale nostro, sono in dodici almeno dietro a lui, curvi, le armi in pugno. Si fanno scudo dell’ufficiale, vedo anzi che il primo dei tedeschi fa fatica a star chino, al riparo delle spalle dell’ufficiale che è nettamente più basso di lui.

Se gli ordini che avevano avuto sino a due giorni fa non fossero, mutati, se non si dovesse ora – agire con prudenza – e non più reagire a qualsiasi attacco, questo sarebbe stato il momento propizio per aprire il fuoco.

Ma i tedeschi non sanno nulla del contrordine, si attendono, anzi, da un momento all’altro, la nostra prima scarica. Se sapessero che non corrono pericolo avrebbero certo avanti con minor prudenza e teatralità; senza aver l’aria di conquistare terreno passo, passo. Riconosco i gradi dell’ufficiale in divisa grigio verde; è un generale. Ha il cinturone, gli stivali lucidi, la bustina con la losanga, d’argento. Dietro, i tedeschi hanno i nastri delle mitragliere a tracolla, gli elmetti caratteristici dei paracadutisti, la tuta mimetizzata. Giro gli occhi e vedo altri paracadutisti avanzare e appiattarsi dietro le rocce, uscire allo scoperto, correre, tornare a ripararsi dietro un altro sperone. Sono un centinaio. Anche questi aspettano il primo colpo di fucile, la prima raffica, il segnale di battaglia. Si sentono le loro grida gutturali, gli ordini dei caporali, dei sergenti. Ora sento anche la voce del generale gridare qualcosa: “Non Sparate”. È a non più di trenta metri dall’albergo. Ancora una sosta del gruppo: nel silenzio sento il rombo leggero di un aereo che si avvicina, è una “cicogna”. Arriva risalendo, un canalone, oscilla sotto i comandi, atterra a stento, rimbalzando fra le pietre, del pianoro. Il generale italiano deve aver visto solo adesso qualcuno di noi. Lo stesso urla ad un carabiniere che si è affacciato ad una finestra, sbigottito, sorpreso: dov’è il Comm. Gueli? . Dov’è Gueli? . L’Altro non gli rispose nemmeno. Dal gruppo di tedeschi vedo intanto staccarsi due uomini che si dirigono verso la sola porta della sua facciata posteriore, e la stanzetta del centralino telefonico. Camminarono col mitra sotto il braccio, lentamente, passo, passo, squadrando la facciata dell’albergo che loro credono ancora un fortilizio, pronti a far partire una raffica verso la prima finestra sospetta. Vengono avanti come se si addestrassero nelle vie di una città appena conquistata. Arrivano, strappando i fili, corrono a riprendere il loro posto in fila indiana nel gruppo che ha appena svoltato l’angolo ed è ora sotto la facciata principale, proprio sotto la finestra di Mussolini. Sento di nuovo, vicinissima ora, la voce del generale urlare: Non sparate, e un’altra voce subito rispondergli, fargli eco. È la voce di Mussolini che si è affacciato alla finestra: “”Non spargete sangue, non sparate! Grida Mussolini;””

Ormai i tedeschi sono dietro l’atrio; l’ufficiale nazista, alto gigantesco è un capitano ha la bustina gettata di traverso nella nuca, gli occhi accesi, le guance rosse. Adesso, urla, ha superato il generale nostro che non gli serve ormai più. È di fronte a me al ten. Faiola. Come un ossesso, ancora urlando chissà che in tedesco, lo vedo fare ora le scale a tre gradini per volta, ha vito Mussolini da fuori, sa dove andare. Ha la pistola in pugno, crede ancora di dover liberare Mussolini strappandola a qualcuno. Arriva nella stanza del prigioniero col fiatone.

Di Otto Skorzenj – poiché era lui l’ufficiale gigantesco, dal fisico da lottatore che per primo varcò la soglia dell’albergo – ho ancora oggi quel ricordo. Lo rivedo come in quei minuti, con lo sguardo allucinato, rosso in volto; con la bustina di traverso e il fare prepotente. Salii subito dietro di lui e mi accorgo che gli altri ci seguono. Non c’è stato sino a questo momento un solo colpo di arma da fuoco, non un incidente, nulla.

Vedo anche sulla scala, l’Ispettore Gueli che conversava con il generale italiano. Si conoscono da anni, è il generale Soleti, uno dei pochi generali che i tedeschi hanno trovato al suo posto. È stato il generale Student a scegliere lui per dare alla operazione una parvenza di legalità perché i carabinieri restassero sorpresi, incerti sul da farsi.

Nella stanzetta mi trovo accanto un ufficiale tedesco che non avevo visto sino a quel momento; è un maggiore, un biondino basso, esile, l’opposto di Skorzenj che vedo massiccio, trafelato, sull’attenti e saluta col braccio alzato Mussolini.

La piccola stanza che ospitava Mussolini si è intanto riempita di gente. Skorzenj è li impalato, dinnanzi a Mussolini; lo sento tenere quasi un discorso, agitarsi, nominare Hitler varie volte. Mussolini si guarda intorno, gira gli occhi, sembra volersi rendere conto del reale significato di quella liberazione.

E mentre Skorzenj come invasato continua a parlare, lui, stanco, avvilito, tutt’altro che entusiasta, si siede sulla sponda del letto. Per la verità, “scriverà poi Skorzenj nel suo libro” l’individuo che è dinanzi a me, vestito con un abito civile visibilmente troppo ampio per lui, è privo di una qualsiasi eleganza, non rassomiglia molto alle numerose fotografie che conoscevo di lui. I lineamenti del volto non sono mutati, benché il Duce appaia molto invecchiato.

Stranamente Mussolini senza alzarsi dal letto gli risponde in tedesco poche parole e sento che anche lui nomina Hitler. Sono passati si e no otto minuti dal momento in cui i tedeschi hanno preso terra. Un carabiniere intanto mi avverte che con la funivia sono arrivati altri tedeschi e che altri ne stanno sopraggiungendo. È il secondo viaggio, mi dice. Il primo gruppo è venuto su proprio negli stessi minuti in cui gli altri atterrarono con gli alianti. Poi aggiunge: “C’era un maggiore con loro, quello che è li accanto a lei. “Mi volto è vedo il maggiore biondino, esile, dall’aspetto delicato che avevo notato pochi attimi prima. Solo anni più tardi saprò il suo nome: maggiore Marald - Mors, che oggi dirige una scuola di ballo a Vienna. Cosa ne è degli uomini che, con il maresciallo Mondini, erano alla base della funivia e dei carabiniere che sono ancora più giù? ; ricordo di aver chiesto ad uno degli uomini. “” E chi lo sa”” mi risponde quello. Più tardi, nello stesso pomeriggio, saprò quello che è accaduto. La colonna tedesca che aveva risalito la valle da l’Aquila, piombò sul posto di blocco alla massima velocità. Forse i tedeschi non si attendevano nemmeno di trovare, dopo quella curva, la nostra prima pattuglia. Dovevano essere evidentemente in ritardo sull’ora X, l’ora dell’appuntamento con gli uomini di Skorzenj al pianoro di Campo Imperatore. Giunsero al posto di blocco quando il già il cielo si sentiva il rombo degli aerei che avevano portato fin sul Gran Sasso gli alianti con i paracadutisti. I due carabinieri di guardia al posto di blocco discorrevano in quel momento con un cacciatore. Quando s’accorsero della colonna tedesca, uno dei due deve aver fatto un gesto qualunque, perché anche loro erano stati avvertiti di usare prudenza. I tedeschi per brutale malvagità, con una raffica di una macchine-pistola, uccisero i due carabiniere e quel cacciatore che-poveretto, era li per caso. Tre morti. La colonna non si fermò nemmeno, piombò in pochi minuti sul piazzale inferiore della funivia. Anche qui i carabinieri, come noi di Campo Imperatore, avevano ordine di non sparare. Furono subito disarmati, e i loro moschetti vecchi, vennero uno ad uno spezzati sul primo gradino della scala che porta alla funivia. I carabinieri furono schierati contro un muro di mattoni e dovettero vivere attimi terribili il discorso che un sergente fece lo era tutt’altro che tranquillizzante: se Mussolini Kaputt, voi tutti Kaputt.

Venti tedeschi con il maggiore Mors in testa salivano intanto sulla funivia, verso Campo Imperatore. Arrivarono mentre Skorzenj entrava, di corsa, nella stanza di Mussolini.

Dopo lo sproloquio di Skorzenj e le parole di ringraziamento di Mussolini ci fu un attimo di silenzio. Il capitano delle SS. Si guardò intorno poi tornò ad avere fretta; la “cerimonia” era finita.  Conosco la ragione della sua fretta in quel giorno, temeva da un momento all’altro, un attacco aereo alleato.

Si irrigidì di nuovo sull’attenti ed in tedesco capì che chiesa a Mussolini dove voleva essere condotto. Il prigioniero non si attendeva forse quella domanda; sollevò lo sguardo, ebbe un attimo di incertezza, poi disse: Alla Rocca delle Caminate. E ricordo che lo disse in italiano questa volta.

Skorzenj non batté ciglio. “C’è una macchina giù?”. Chiese. C’era quella dell’Ispettore Gueli, il prenderà cui autista che era anche lui nella stanzetta di Mussolini, si fece avanti. “Lei prenderà, la roba del duce e la porterà alla Rocca delle Caminate”, gli disse Skorzenj. Poi rivolto a Mussolini disse: “Vuole seguirmi Duce?”

Un carabiniere radunò le poche cose di Mussolini, la scarsa biancheria, i libri, il ritratto del Bruno che era stato accanto il suo letto nei giorni di Ponza e della Maddalena e ne fece un unico pacco, legandolo alla meglio con dello spago. Intanto Mussolini si è infilato il cappotto nero e un cappello floscio: è pronto. Mi passa accanto, mi guarda per un attimo, gli sorrido, ma gli leggo l’inquietudine, la preoccupazione negli occhi. Sul pianoro è a pochi centimetri da me con i tedeschi al fianco, con Skorzenj alle spalle che gesticola ancora, eppure riesce a dirmi qualcosa. “” Avrei preferito essere liberato dagli italiani”” dice e mi supera. Adesso comprendo l’altra sua frase, quelle parole: “” Questo non ci voleva”” che aveva detto alla finestra della sua camera, vedendo calare gli alianti tedeschi.

Sulla porta vedo un paracadutista con una macchina da presa cinematografica che “gira” le scene. Mussolini sorride di malavoglia mentre Skorzenj lo invita a posare per una foto ricordo.

Vedo intanto un carabiniere con un tedesco che aiutano uno dei paracadutisti che era rimasto ferito nell’atterraggio. Altri carabinieri sono attorno alla cicogna. Il capitano che lo pilota è un giovane, lo vedo ancora ai comandi del suo aereo, ma quando vede Skorzenj avvicinarsi con Mussolini, scende e lo abbraccia. Li vedo parlare, poi discutere: Skorzenj vuole che la “cicogna” porti, oltre il pilota, sia lui che Mussolini. Tre persone; un carico enorme per un apparecchio piccolo come quello. Il pilota discute, tenta di dissuadere Skorzenj, ma questi insiste e la spunta. Il pilota vuole però che il terreno sia sgombrato dai sassi e allora Skorzenj ordina ai suoi uomini ed invita i carabinieri che sono li intorno di dare una mano. Mentre quelli lavorano, il capitano della SS. torna verso Mussolini e gli domanda: “Quale è il vostro seguito?”. Mussolini si guarda intorno poi indica: l’Ispettore Gueli, il ten. Faiola ed il maresciallo Antichi, dice va bene”, risponde Skorzenj e si allontana.

Noi tre ci guardiamo negli occhi: cosa significa quella domanda e, soprattutto, cosa significa quel va bene del tedesco.

Il ten. Faiola ha il mio stesso pensiero: lo vedo mormorare qualcosa all’orecchio di Gueli, poi si allontana, torna all’albergo. Eviterà così di finire chissà dove in Germania. Io invece mi avvicino a Mussolini, lo chiamo da una parte, trovo modo di parlargli a quattrocchi da uomo a uomo. So che non può portarmi rancore, so che mi stima. Io sono di Pavillo nel Frignano (Modena) gli dico; Questa gente, i miei antenati, mi hanno sempre insegnato ad odiarla, se mi portate con voi, portate un nemico, vi prego lasciatemi al mio destino. “Va bene caro Antichi, va bene. Mi ricorderò di te”. Saranno quelle le ultime parole che mi rivolgerà.

Sono passati venti minuti al momento dell’atterraggio del primo aliante sul pianoro e Mussolini sta per lasciare Campo Imperatore libero ormai. Ricordo però di non averlo visto tranquillo e confesso di aver provato in quegli ultimi momenti della simpatia ed anche della compassione per quell’uomo ormai anziano, stanco, dominato dagli eventi, l’ho visto parlare con Skorzenj, fare il mio nome e, senza dubbio, è stata una sua frase ad evitarmi la deportazione in Germania. Erano le 14,30 del 12 settembre1943. Avevamo passato 49 giorni fianco a fianco. Certo i più drammatici giorni della mia carriera da sottoufficiale dei carabinieri e forse, per lui i più angosciosi.

Ed ora mi consenta di fare il punto sulla teatralità dell’impresa al Gran Sasso d’Italia da parte dei tedeschi:

Se 48 ore prima della liberazione di Mussolini non ci fosse stato annunciato, dai responsabili Governativi, gli ordini che avevamo ricevuti in precedenza dovevansi ritenere annullati, sono più che sicuro, che, armati come eravamo, in campo, bloccata la teleferica, avevamo infallibilmente, senza dubbio, al 100/100, ragione dei teutonici. 

Alle 16,30 Mussolini e Skorzenj decollarono da Campo Imperatore, con la cicogna, mentre gli altri, accompagnati dai tedeschi, si avviarono alla stazione della Funivia alla cui base Gueli e Soleti partirono con un’altra “Cicogna” ivi atterrata, al seguito di Mussolini.

Nei giorni seguenti, le truppe aviotrasportate, incominciarono a defluire dalla zona dopo aver provveduto a distruggere gli alianti, e dopo aver fatto man bassa di quasi tutto il materiale dell’albergo, nonché delle armi automatiche, munizioni e indumenti personali degli uomini del distaccamento, che si erano allontanati per loro conto, insieme al tenente Faiola. L’azione aerea sul Gran Sasso, era stata appoggiata da considerevoli forze di terra le quali, contemporaneamente all’arrivo degli aerei, erano arrivate in oltre cento e più automezzi, tra moto carrozzette blindate camionette con artiglieria e carri armati.

La strada che conduce alla stazione base della Funivia venne bloccata e vennero occupati i paesi che si trovavano lungo la strada medesima e cioè: Bazzano – Paganica – Camarda ed Assergi. In quest’ultima località i tedeschi aprirono il fuoco contro i carabinieri in servizio al posto di controllo uccidendo il carabiniere Natale Giovanni e la guardia forestale di Tocco Pasqualino che era accorso in aiuto dei carabinieri. Gli altri pochi militari dell’Arma addetti al servizio di blocco vennero circondati di sorpresa e costretti all’inazione, senza poter opporre resistenza, sopraffatti dall’enorme superiorità delle forze avversarie e dei mezzi di armamento. Niente, quindi, se i carabinieri addetti al servizio di vigilanza avessero ricevuto l’ordine tassativo di resistere si sarebbero fatti uccidere sul posto, piuttosto che venir meno alla consegna, sempre sacra, per soldati d’onore al servizio della patria.


Trascritto Edoardo Zucca


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